Home > Doc > Sulle dinamiche del ciclo misesiano > Introduzione

Sulle dinamiche del ciclo misesiano

Introduzione alle teorie del ciclo economico

Le teorie del ciclo economico si fondano sue due ipotesi preliminari. La prima afferma che all’inizio del ciclo il sistema si trova in una situazione di sostanziale equilibrio statico (la cosiddetta evenly rotating economy, secondo la terminologia misesiana); ciò assicura che, quando rilevante, un evento esterno provoca necessariamente alterazioni indesiderabili, le quali possono essere sostenute solo a prezzo di ulteriori distorsioni.

La seconda ipotesi ha invece per oggetto il comportamento degli operatori. In particolare, si ritiene che in determinate circostanze alcuni di essi siano indotti a valutare erroneamente le condizioni reali dell’economia e di conseguenza a modificare il proprio comportamento per un periodo più o meno prolungato, ma in ogni caso finito[1]. Le azioni intraprese durante questo periodo possono così dare origine a una fase di espansione (il boom), la quale si esaurisce quando i comportamenti diventano palesi e l’aggiustamento inevitabile. Tale periodo di aggiustamento costituisce la cosiddetta crisi, alla quale può anche seguire un periodo di depressione. Sempre secondo la visione tradizionalmente accettata, una volta ristabilitesi le condizioni di equilibrio iniziali gli operatori possono essere nuovamente ingannati; e un nuovo ciclo può così essere avviato.

Per la verità, da un punto di vista metodologico le ipotesi che precedono sono discutibili. Come la Scuola Austriaca rilevò oltre un secolo addietro, il sistema di interazioni fra individui che tentano di soddisfare le proprie aspirazioni e allentare il vincolo di scarsità è caratterizzato da situazioni di continuo squilibrio, più che di equilibrio. Considerare necessariamente il ciclo economico come una deviazione dall’equilibrio è quindi un errore che rischia di viziare l’intera analisi. Inoltre, la lettura del ciclo come conseguenza di comportamenti irrazionali (o erronei) da parte di agenti ingannati circa i fondamentali del sistema in cui operano lascia perplessi. È forse compatibile con una visione di cicli molto distanziati fra loro, in virtù della quale le generazioni non hanno memoria del passato o comunque ritengono che il passato non sia più una guida affidabile per il futuro. Ma di certo non con una di breve-medio periodo in cui gli operatori difficilmente possono essere ingannati più volte nello stesso modo[2].


La struttura teorica proposta da Mises in parte si sottrae alla prima critica perché, come ricordato da Garrison (1991:95), la evenly rotating economy si riferisce in realtà solo all’equilibrio intertemporale, che prevede la tendenziale uguaglianza fra il tasso di preferenza intertemporale e il tasso di interesse[3]. Quanto al secondo aspetto, si vedrà in seguito come l’analisi di Mises si riveli decisamente superiore alle teorie concorrenti, poiché gli agenti che interagiscono nel contesto misesiano non sono affatto ingannati sui fondamentali, né sono illusi da fenomeni monetari[4]. In altri termini, la teoria misesiana del ciclo non richiede la formulazione di ipotesi sulla sistematica dabbenaggine - per esempio - degli investitori, dei consumatori o dei lavoratori. Non si tratta di una teoria su come l’economia si modifica per colpa di agenti miopi o sprovveduti; bensì di una spiegazione che prende in esame il cambiamento temporaneo dei fondamentali.


L’impianto misesiano obbliga quindi lo studioso ad analizzare come e perché alcuni operatori possono essere indotti a cambiare il proprio comportamento, a quali condizioni tale cambiamento viene successivamente riconsiderato, la natura e l’ammontare dei costi di transazione e di aggiustamento, in quale modo le variazioni possono avere effetti permanenti.

È evidentemente un programma di ricerca che va ben oltre la proposta misesiana originaria (1912), ma che appare certamente più realistico e stimolante di quanto propongono coloro che di fatto riducono il ciclo alle modalità con cui alcune categorie di operatori sono ripetutamente illuse in un contesto ove l’informazione è soggetta a un regime di monopolio e i costi di aggiustamento sono quasi completamente ignorati.


1 Fanno eccezione le cosiddette teorie del ciclo tecnologico, secondo cui il ciclo economico sarebbe avviato dall’applicazione di innovazioni tecnologiche dirompenti, le quali darebbero avvio a un periodo di espansione che rallenta o si esaurisce quando gli effetti di crescita dovuti all’attività di innovazione si attenuano. Tale impostazione sarà qui ignorata. In primo luogo perché questi autori non propongono tanto una teoria del ciclo, quanto una teoria della crescita ‘per salti’. Inoltre perché la realtà pone per contro in evidenza come il momento dell’innovazione pura sia molto meno importante del periodo (continuo) di diffusione dell’innovazione stessa.

2 Si veda Garrison (1989) per una sintetica rassegna delle varie tipologie di teoria del ciclo e della loro rilevanza empirica. Stranamente, la letteratura sul ciclo presenta sì teorie fra loro in alternativa, ma non prevede una sorta di teoria generale del ciclo, secondo la quale cicli economici successivi possono essere scatenati da variabili esogene diverse. Ciò è forse dovuto al fatto che la letteratura - anche quella Austriaca - tende a considerare come dato il contesto istituzionale in senso lato, e quindi il tipo di incentivi e di vincoli proprio dei vari operatori.

3 Come è noto, in assenza di condizioni particolari, i due tassi tendono a essere uguali fra loro e uguali al tasso di rendimento del capitale fisso. Essi eguagliano infatti il sacrificio che i consumatori devono sostenere per ritardare il consumo (attività di risparmio) alla remunerazione con cui tale sacrificio sarà ricompensato (il tasso di rendimento degli investimenti). Si osservi altresì che, per semplicità, la teoria austriaca del ciclo prende inesame un’economia chiusa, escludendo quindi, in prima approssimazione, che la differenza fra risparmi e investimenti possa essere spiegata da afflussi/deflussi di capitale finanziario da/verso l’estero.

4 Come spiegato in Kurz (2003), le incertezze di Hayek al riguardo gli varranno serie critiche da parte della scuola keynesiana.

Prof. Enrico Colombatto

Successivo:Moneta e ciclo monetario

Sommario: Indice